Irina
Dopo il viaggio in treno durante la notte, Irina si sentiva un po’ a pezzi. Certo, avrebbe potuto arrivare a Kyiv il giorno prima e dormire come si deve… Ma negli ultimi mesi il concetto stesso di «dormire normalmente» le era diventato estraneo. Dormiva male, quasi sempre. Sognava… di tutto. Ma sempre più spesso erano brutti sogni. La mamma le aveva proposto dei sonniferi, ma alla fine erano pur sempre medicine… Irina li aveva presi qualche volta, ma non le erano piaciuti. Poi era come se avesse la testa piena di ovatta. Né lavorare, né riposarsi… Meglio farne a meno.
La sala conferenze Munich dell’Hilton era piccola e piuttosto accogliente. Sempre ammesso che si potesse usare una parola del genere per quel palazzo così pomposo. Le trattative stavano finendo, e grazie a Dio! Perché quei cinesi le avevano già fatto venire il nervoso. Niente andava mai bene… Educati, cerimoniosi, Sorridono con una dolcezza da far venire il diabete. E quegli sguardi viscidi… Bleah. Ma perché pensavano che una ragazza ucraina a una trattativa fosse per forza una escort? Quante escort avevano mai visto parlare correntemente cinese e, per di più, capirci qualcosa di dettagli tecnici?… Anche se… da noi probabilmente ce n’erano anche di quelle. Ma comunque, bleah. E allora perché continuavano a fissare proprio me?!
Naturalmente non lasciava trasparire il suo fastidio. Ma Serhij Ivanovych la conosceva fin troppo bene. Probabilmente se n’era accorto.
— Signori, se ho capito bene, per oggi abbiamo finito? Ira, tu puoi andare. Fatti un giro, o fai quello che vuoi… Ci vediamo direttamente in stazione.
Tutti si alzarono, spostarono le sedie, si misero a parlare. Irina tirò piano un sospiro. Finalmente!
Prese la borsa, si mise il cappotto sul braccio, fece un cenno al capo — come a dire: non me ne dimentico, ci vediamo più tardi — e uscì. Uno dei cinesi si voltò a guardarla mentre se ne andava, ma rimase nella stanza. Sì, sì, resta lì, bello mio. Ma chi cazzo ti vuole?
Il grande atrio dell’Hilton era piuttosto tranquillo; solo da qualche parte, vicino alla reception, si sentivano delle voci. Irina ascoltò automaticamente. Spagnoli, forse? Ah, no, portoghesi. Va be’.
Era già diretta verso l’uscita quando da dietro sentì una voce.
— Piccola?.. Irina!
Mongol
Ivan si svegliò prima dell’alba. Non riusciva più a dormire, proprio per niente. Aveva mille pensieri per la testa, ma uno continuava a tornargli in mente: oggi.
Insieme alla speranza c’era la paura. E se anche stavolta non fosse stata lei? E se non l’avesse riconosciuta? O se fosse stata lei a non riconoscere lui?
E peggio ancora: e se lei si fosse già dimenticata di lui? All’inizio lo aveva cercato, sì, ma poi… la sua vita, le sue cose… Perché mai avrebbe dovuto ricordarsi di lui?
Basta. Datti una calmata, Ivan. Smettila di piagnucolare. Non riesci a dormire? La palestra è qui vicino.Aperta 24 ore su 24. Vai lì e scarica tutta quell’energia sugli attrezzi. Peccato che per ora non possa ancora fare a pugni…
*******
All’Hilton era già all’una. Anche se le trattative fossero davvero finite alle tre, come aveva detto Oleg… Pazienza. Meglio aspettare qui. Magari lei sarebbe uscita prima.
Ivan era seduto nella lounge e beveva caffè. Poi tè. Poi di nuovo caffè. Le ragazze dietro il bancone del bar lo guardavano incuriosite. Un ufficiale. Aspetta qualcuno… E magari?… Ma Mongol non le guardava. Non aveva mai aspettato una battaglia come stava aspettando la fine di quelle maledette trattative. I numeri sull’orologio cambiavano così lentamente, come se qualcuno li stesse rallentando apposta.
Ma quando cazzo finivano?..
******
14:42…
La porta della Munich si aprì.
Ivan rimase immobile. Allora?…
Per primo uscì un uomo anziano. Ucraino, a quanto pare. Poi due cinesi. E poi…
Una donna.
Giovane, non alta, esile. Capelli biondi, quasi platino, lisci, fino a metà schiena. La schiena dritta. Un lungo abito scuro, una specie di sciarpa sulle spalle. Stivali col tacco alto. Una borsa sulla spalla, il cappotto gettato sul braccio.
Lei?…
Mongol non si ricordava nemmeno di essersi alzato, né di aver fatto i primi passi. Stava andando verso l’uscita. La chiamò:
— Piccola?… Irina!
********
La donna si fermò di colpo. Cominciò a voltarsi. Lentamente, lentissimamente. Ivan fece un altro passo. Allora?!
Il volto pallido. Gli occhi spalancati. Le labbra leggermente dischiuse… E quello sguardo… Come se avesse visto un fantasma.
— Mongol?…
Lei barcollò e Ivan la afferrò per un gomito. Lei si aggrappò al suo braccio.
— Mongol?!! — I suoi occhi correvano sul suo corpo, come se non riuscissero a fermarsi. La parte inferiore del viso, le spalle, le braccia, i distintivi sulla divisa, di nuovo le braccia…
— Sono io, piccola… sono io.
Un attimo dopo, il viso di lei si illuminò di una felicità così intensa, di una luce così indescrivibile, che Ivan sentì il bisogno di chiudere gli occhi. Lei sollevò una mano verso il suo viso, le dita tremavano, e gli sfiorò la guancia.
— Tu!
Irina
Quando sentì alle spalle quella voce roca, così familiare, Irina si fermò di colpo, come se fosse andata a sbattere contro un muro.
Non è possibile!
No… è un sogno… è di nuovo un sogno! Possibile che succeda davvero una cosa del genere?…
Si voltò lentamente, con una paura folle: e se dietro di lei non ci fosse stato nessuno?
Ma no.
Era lì, a due passi da lei. Altissimo, magro, in uniforme… E senza bende. La guardava con quegli occhi neri, allungati. Le sopracciglia dritte, i capelli neri, quasi blu, i lineamenti insoliti, vagamente orientali… Proprio uno Gengis Khan…
— Mongol?…
Il mondo ebbe un sussulto. L’uomo fece un passo verso di lei e la afferrò per un gomito. Irina si aggrappò d’istinto al suo braccio.
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Відредаговано: 25.09.2026