Insieme possiamo farcela

Розділ 9

Mongol

Quando finalmente Oleg venne a trovarlo, il tre gennaio, Ivan era ormai quasi sul punto di esplodere. Ma quanto cazzo dovevo ancora aspettare? Aveva promesso ancora a dicembre, e ormai era gennaio!
— Oh, ciao, moribondo. Come te la passi qui? Non sei ancora scappato dai medici? — Oleg posò sul tavolino mandarini e mele, poi appoggiò una confezione di succo. — Ormai non sei niente male, non sembri più nemmeno un fantasma.
— Ciao. Finalmente ti sei degnato di venire?
— Ma dai. Era Capodanno, mica potevo mollare la famiglia e venire da te? Tra l’altro, è venuta mia suocera… — Oleg fece una faccia eloquente. — Non sposarti, Mongol, o ti ritrovi con una così… E addio vita felice! Va be’, che cosa volevi da me?
— Non posso averti chiamato tanto per?
— Tu? Palij, quand’è che hai mai chiamato qualcuno tanto per? Che c’è?
— Devo trovare una persona.
— Ah, guarda un po’… E chi ti è venuto così tanto in mente da doverla cercare? Non puoi aspettare di uscire dall’ospedale?
— Potrei, ma non avrei chiesto a te.
— Allora?…
Ivan girò verso Oleg lo schermo del telefono. C’era l’elenco delle stesse Irina Morozova. Tutte e quarantadue.
— E questo cos’è?
— Devo trovare Irina Morozova. La traduttrice.
— Ma sono tutte qui…
— Lo so! — Mongol quasi ringhiava. — Piccola, capelli lunghi, magra. Il ventisei novembre era a Kramatorsk, è partita da lì con dei giornalisti americani. Sono morti, lei è sopravvissuta. È uscita insieme a me. Ci hanno evacuati insieme. Poi hanno portato me qui, mentre lei è rimasta per un po’ in un ospedale a Kramatorsk, poi è andata via con una donna, a quanto pare sua madre. In macchina. Dove — non si sa.
— E allora?…
— Ma cazzo! Non riesco a trovarla! Io non l’ho vista, capisci? Non so quale di loro sia lei! Magari… Magari non è nemmeno in questo elenco…
L’esplosione di rabbia, come sempre, gli colpì le tempie dall’interno come una mazza. Ivan si lasciò ricadere sui cuscini e si passò una mano sul viso.
— Minchione, altro che Mongol… Se era lì con te, perché non gliel’hai chiesto? Perché adesso devi farmi scoppiare il cervello?
— Non gliel’ho chiesto. — Ivan ringhiò a bassa voce. — Lo so che sono stato un idiota! Aiutami!
— Come ti ha preso… Che fai, ti sei preso una cotta?
— Vaffanculo! Aiutami e basta!
— Allora devo andare o devo aiutarti? — Oleg rideva apertamente. Ma guarda te: l’impassibile Mongol, ridotto così!
— Aiutami!
— Va bene, va bene… non ti arrabbiare, che poi ti senti di nuovo male. Guarda, ti scatta già il sopracciglio… Troviamo la tua Irina. Che altro sai di lei? — Finalmente Oleg smise di ridere e si concentrò.
— Piccola… sarà sui 162-164 centimetri. Giovane… credo. Non lo so con certezza. Pelle liscia, vellutata. Mani molto piccole, dita sottili. Nessun anello, nessuna fede. Capelli fino a metà schiena, lisci, morbidi. Magra. Mi sembra che viva con i genitori. Sicuramente con sua madre, ne parlava. Traduttrice.
— Mmm… Piccola, magrolina? Almeno c’è qualcosa da accarezzare, eh, Mongol?
Il mandarino gli arrivò dritto in fronte. Se l’era cercata, aveva lasciato la frutta proprio lì accanto. Ben ti sta…
— Oh, guarda… Probabilmente sì… Ehi, non tirarmi la roba, te li ho portati da mangiare! E metti giù anche la mela! Sai quanto costano adesso?
Mongol mise giù la mela. Poi ci ripensò, la riprese e ne addentò quasi metà. Niente male, era dolce.
— Che altro sai? La città dove lavora, che lavoro fa? È assunta o fa la freelance? È sposata? Ha figli? E smettila di tirarmi la frutta addosso! Ho capito che ti ha preso sul serio. Quando la trovi, mi inviti al matrimonio?
Dopo che Oleg se ne fu andato, promettendo di mettere sottosopra mezzo Servizio di sicurezza dell’Ucraina pur di trovare la sua «fiamma», Ivan rimase a lungo pensieroso.
Ma davvero… E se fosse sposata? E se avesse già dei figli? Non aveva detto niente… E lui non le aveva chiesto nulla?
No… non poteva essere. Se fosse stato così, non avrebbe reagito in quel modo.
La maledetta memoria gli tirò fuori di nuovo quei ricordi: piccole mani che lo tenevano e cercavano di calmarlo, che gli rinfrescavano il viso rovente per la febbre, il respiro caldo sui palmi, una voce bassa che diceva qualcosa di indistinto…
Piccola… Dove sei?

******

In tre giorni riuscirono a eliminare dalla lista ben sei Irina. Una a novembre era all’estero, un’altra era troppo robusta, un’altra ancora era nell’esercito, due vivevano nell’Ucraina occidentale e non erano mai state nel Donbass, l’ultima aveva appena partorito.
Ne rimanevano ancora trentasei. Cazzo…
Il sette gennaio Oleg telefonò.
— Lo sai che la tua Irina stava cercando anche te?
— Cosa? — Ivan si mise a sedere di scatto e sentì un’ondata di calore salirgli addosso. — Мi stava cercando?
— Eh già. L’infermiera ha detto che, prima di partire, la ragazza le aveva lasciato il suo numero di telefono e le aveva chiesto di dartelo, se tu l’avessi cercata. E l’infermiera l’ha perso…
— Ma… — Mongol diede un pugno al letto. Il letto rimbombò. — Perché cazzo non l’ha detto?
— Tu avevi parlato, ma non con lei. Ho richiamato ancora e ho parlato con un’altra. Si è ricordata: la ragazza era stata portata via da sua madre. E vivono a Kharkiv.
— Kharkiv?.. — Questo era già qualcosa. Poteva provare a coinvolgere i genitori o il nonno…
— Io continuo a cercare. Adesso a Kharkiv. Tu intanto curati… Con quella faccia che hai, ormai puoi solo spaventare la gente. Che, ti hanno già tolto le bende? Come va la vista?
— Le hanno tolte… Non riesco ancora a leggere bene. E così… non è granché. Ma il medico ha detto che tra una settimana posso uscire. Poi dovrò restare a Kiev fino alla fine di febbraio — questo è il piano, per ora. Controlli, procedure, e chissà cos’altro… Dovrò cercare un appartamento qui vicino.
— Un appartamento?.. Aspetta… Ah, ecco. Ti ho mandato un contatto. È un’agenzia, fanno buoni sconti ai militari. I nostri si sono già rivolti a loro, dicono che hanno appartamenti proprio vicino ai grandi ospedali.
— Va bene, grazie… E, Oleg…
— Cos’altro vuoi?
— Dai, fai più in fretta, eh?
— Che, non resisti?
— Ma vaffanculo…
— Ci sono già andato. Ciao!
Ivan si lasciò ricadere sui cuscini. Ormai camminava abbastanza bene. E dal giorno dopo gli avevano persino promesso la riabilitazione in palestra. Finalmente… Quanto ancora doveva stare sdraiato?
La stava cercando… Mi stava cercando… E aveva lasciato il numero di telefono… Ma che sfiga… Doveva proprio perderlo, quell’infermiera… Adesso l’avrei già saputo.
Piccola…




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