Mongol
Capodanno trovò Ivan in ospedale.
Non lo stava certo festeggiando.
Semplicemente, da qualche parte oltre il muro qualcuno aveva acceso la televisione, in corridoio qualcuno aveva fatto gli auguri di buon anno a qualcun altro a bassa voce e, a mezzanotte, lontano, fuori dalla finestra, si sentirono alcune esplosioni. Che fossero fuochi d’artificio o qualcos’altro, in ospedale nessuno si mise nemmeno a chiedersi che cosa fossero.
Lui se ne stava sdraiato a occhi chiusi, cercando di capire che ore fossero.
Capodanno?..
Be’, sì… Ecco, dalla stanza accanto si sentivano gli auguri del presidente… Avrebbe potuto dire qualcos’altro, invece… Tanto lo sanno tutti che c’è una guerra.
Quindi era lì da quasi un mese. Strano.
Girò la testa, lentamente, con cautela. Le placche protettive si mossero appena.
«Ma insomma, perché continui a dire di no? Non serve, non serve…»
Mongol sorrise appena.
Piccola.
Come stava? Dov’era adesso?
Che stupido era stato… Perché non le aveva chiesto come si chiamava? Il cognome? Di che città era?
Quelle piccole mani che gli accarezzavano i capelli, le guance, le spalle… La voce roca, spezzata, le lacrime che gli cadevano proprio sul viso… «Mongol… Mongol! Mi senti? Dai! Dai, su, caro…»
I ricordi erano tornati solo a pezzi. Quando era successo? Non lo sapeva con precisione. Dopo essere caduto. Ma prima dell’evacuazione o dopo?.. Ma come avevano fatto a portarli via? Ricordava un frastuono, il dolore, gli scossoni, i colpi… Gli sembrava che la piccola lo tenesse stretto… Diceva qualcosa, piangeva di nuovo, lo pregava…
Ivan si girò con cautela su un fianco, accartocciò la coperta e la strinse a sé.
Anche lei era rimasta sdraiata lì accanto. Respirava piano, e persino nel sonno cercava di rannicchiarsi a palla… Aveva freddo, probabilmente… I suoi capelli odoravano di fumo e di foglie bagnate, ma attraverso quell’odore amaro arrivava un altro profumo, appena percettibile. Qualcosa di floreale, delicato… femminile.
Come sempre, proprio sul più bello, il suo corpo gli ricordò che ormai non tutto in lui era ancora fuori uso.
Cazzo…
******
La prima volta che si svegliò in quell’ospedale fu il sei dicembre. Prima, probabilmente, aveva ripreso conoscenza, ma solo a tratti, poi sveniva di nuovo — o forse si addormentava? Di quei giorni gli erano rimasti nella memoria solo il dolore e quella quella continua inquietudine. Voci di qualcuno, una luce accecante che gli batteva in testa come una mazza, rumori che a volte si avvicinavano e a volte si allontanavano, il bip degli apparecchi. E di nuovo il dolore. E il freddo. Aveva freddo continuamente e cercava un po’ di calore. Non c’era… Lei non c’era.
Quel giorno, il sei, finalmente tornò abbastanza in sé da chiedere dove si trovasse. E quando gli dissero — Kiev — per poco non saltò giù dal letto. Come, Kiev? Li avrebbero dovuti portare a Kramatorsk, lì c’era l’ospedale più vicino. E — Kiev? E la piccola dov’era? La voce quasi non gli usciva, il corpo non gli obbediva, la testa gli sembrava spaccata in due. Ma cercò comunque di chiedere. A quanto pare, allora non lo capirono. Gli diedero dell’acqua, gli misurarono qualcosa, gli guardarono qualcosa, gli fecero delle domande… Lui rispondeva persino. Come poteva. Rantolava come un asmatico. Già il giorno dopo riuscì ad afferrare il bordo del camice di un medico e a chiedere finalmente — dov’era lei? Di nuovo, non capirono. Spiegò — una ragazza, civile, una traduttrice. Dov’era? Nessuno lo sapeva. Ivan era stato portato a Kiev da solo.
L’otto arrivò Maks. Come sempre, per prima cosa si mise a sfottere il suo compagno. . Quando mai era stato altrimenti? Come poteva Maks, quella linguaccia, lasciarsi scappare l’occasione di prenderlo in giro? Diceva che le bende stavano benissimo a Mongol. Bastardo… Poi andò a parlare con i medici. Tornò e finalmente gli spiegò che da Kramatorsk Ivan era stato portato in aereo, insieme agli altri feriti. E che con lui non c’era stata nessuna ragazza.
Un aereo… Finalmente era chiaro da dove venissero quel rombo basso e quella strana sensazione di movimento che affioravano nei suoi ricordi a pezzi. Probabilmente un An-26. Una volta Ivan aveva persino aiutato a caricare dei feriti su un An-26 come quello. E adesso, guarda un po’, era toccato a lui fare quel viaggio…
Maks gli disse anche che le previsioni erano buone, che a quanto pare gli occhi si sarebbero ripresi in fretta. Le cicatrici sarebbero rimaste, naturalmente… «Ma, Mongol… Le cicatrici non hanno mai rovinato un uomo, no? E sulla tua faccia ci staranno proprio bene.» Se solo avesse avuto qualcosa a portata di mano, gliel’avrebbe tirato dietro. Che lingua biforcuta…
Però era stato utile. A prenderlo in giro lo prendeva, ma gli aveva impostato il controllo vocale del telefono in dieci minuti. Finalmente poteva telefonare a casa, tranquillizzare i genitori e il nonno. Loro lo sapevano già, naturalmente, ma… Cazzo, c’è una bella differenza tra «sapere» e «sentire con le proprie orecchie». La mamma piangeva di nuovo, il padre imprecava, mentre il nonno gliene disse di tutti i colori. «Ma che razza di agente sei, cazzo, se ti sei fatto fregare così? Se uno dei miei ufficiali facesse una cazzata del genere, io lo!.. Curati, Ivankо, e quando torni ci penso io a prenderti a calci nel culo! Non devi far fare una figuraccia alla famiglia Palij!»
Maks se ne andò e Ivan cominciò a telefonare. Al comandante, agli altri ragazzi del reparto, poi di nuovo al nonno — stavolta per sapere le cose sul serio: e la mamma? Era tutto a posto? Come andava il suo diabete?
Poi chiamò Mykola, per farsi rifare la piastrina. Quella maledetta ferraglia, a quanto pare, era riuscito a perderla chissà dove. Quando? Boh, cazzo ne sapeva. Probabilmente già allora, quando strisciava via dopo l’esplosione. E gliel’aveva pure detto a Mykola che quel cordino faceva schifo, che prima o poi si sarebbe rotto… «Ma è buono, che cazzo ti lamenti? Se la portassi con una catenina, come fanno tutti, non avresti problemi! Prendi quello che ti danno e basta.» Per la mancanza della piastrina e dei documenti, Ivan non venne registrato subito — solo quando dalla sua unità telefonarono e confermarono la sua identità.
#812 в Сучасна проза
#5133 в Любовні романи
#2257 в Сучасний любовний роман
Відредаговано: 25.09.2026