Insieme possiamo farcela

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Irina

Entro sera Irina riuscì a parlare una volta con suo padre, una volta con il suo capo e almeno altre dieci volte con sua madre. Lei era agitata e telefonava quasi ogni ora. A un certo punto Irina dovette persino passare il telefono al medico che, poveretto, proprio in quel momento era entrato in stanza. Dopo averla un po’ rimproverata e aver spiegato con parole semplici che in realtà Irina stava bene e che nel giro di due o tre giorni avrebbe potuto tornare a casa, la mamma finalmente si calmò. Disse che sarebbe venuta lei.

Irina provò a dissuaderla… Niente da fare. Era più facile far deragliare un treno che far cambiare idea a sua madre, quando aveva già deciso qualcosa.

Irina stava molto meglio. Il mal di testa era quasi passato e cominciava piano piano ad alzarsi. Almeno riusciva ad arrivare da sola in bagno, e andava già bene così. Mangiare non le andava ancora, e, a dire il vero, il cibo dell’ospedale era… così così. Ma dopo le ultime avventure, persino quella poltiglia d’avena senza sale sembrava commestibile, anche se prima una cosa del genere non l’avrebbe mai messa in bocca. 

Il cibo era il meno. Quello che la tormentava di più era l’incertezza. Con la mamma era tutto a posto, anche papà stava meglio, ma Mongol… Irina non riusciva a smettere di pensarci. Dov’era? Come stava? Come si sentiva? Che cosa aveva agli occhi? Le domande continuavano a girarle in testa in una specie di girotondo insistente. Sempre le stesse, sempre le stesse…

*****

La mattina dopo Irina riuscì finalmente ad arrivare all’accettazione. Da lì la mandarono in un altro reparto, poi ancora più avanti… Quando arrivò dalla signora che si occupava delle pratiche dei militari, le gambe ormai le cedettero e, invece di sedersi sulla sedia che le aveva offerto, ci crollò sopra.

— Mongol? Ragazza, si rende conto che i militari, proprio come i civili, vengono registrati nei documenti con nome e cognome, non con il nome di battaglia? Se una persona è senza documenti e senza accompagnatore, e per di più è incosciente, la registriamo come persona non identificata. Poi saranno i militari stessi a stabilire chi è. Al momento non lo sappiamo.

— Può almeno dirmi dove l’hanno mandato?

— No.

— Perché?

— Perché lei non è una parente, non è una rappresentante e non ha i suoi dati. E poi il nome di battaglia non basta per cercarlo.

— La prego! Devo assolutamente trovarlo!

— Perché?

Irina esitò. In effetti, perché?.. In quel momento non avrebbe saputo spiegarlo nemmeno a se stessa…

— Perché lui… lui mi ha salvato la vita. Se non fosse stato per lui, non sarei mai riuscita a uscire da lì!

— Ragazza… — La donna si addolcì un po’. — Non funziona così. Davvero non possiamo dare informazioni sui pazienti, tanto meno se sono militari. E poi lui è un ufficiale…

— Un ufficiale? — Questa era nuova.

— E non lo sapeva nemmeno?

— Ma come potevo saperlo?.. Non mi ha raccontato quasi niente di sé… Ha detto che, Dio non voglia, se fossimo finiti prigionieri, era meglio che io non sapessi niente di lui.

La donna la guardò con compassione.

— Ragazza… Come si chiama? Irina? Tutto quello che posso dirle è questo… È vivo. È stato stabilizzato. Le sue condizioni sono gravi. L’hanno portato da qualche parte, in una città grande. Forse a Kharkiv, forse da un’altra parte. Da noi spesso li evacuano a Kharkiv per le cure successive. Provi a cercarlo lì. Di solito i feriti vengono portati all’ospedale militare. Ma se le ferite sono particolari, possono mandarli anche da qualche altra parte. Non lo so. E non faccia altre domande. Nessuno le dirà altro. Anzi… — Si guardò intorno e abbassò la voce. — Se insiste troppo, poi sarà lei a dover rispondere alle domande della SBU. Capisce?..

Irina si bloccò per un istante. La SBU?.. Accidenti. E loro che c’entravano?

— Mi scusi… ma perché? Io… voglio solo sapere…

— Informazioni su un militare, un ufficiale?.. Irina, si rende conto di quello che sta dicendo? O le va proprio di finire sotto controllo?.. La faccenda è sua, naturalmente… Ma io non glielo consiglierei.

******

Irina tornò in stanza di pessimo umore. Ma insomma… Non conosceva né il nome né il cognome… Non conosceva il grado… E adesso si scopriva pure che era un ufficiale… Non gli aveva nemmeno visto bene la faccia! Solo il nome di battaglia… Come avrebbe fatto a trovarlo?

Doveva andare a Kharkiv. Forse all’ospedale militare le avrebbero detto qualcosa? E se no?..

In stanza si rannicchiò di nuovo sotto la coperta. Perché doveva essere tutto così complicato? Il mal di testa ricominciò a farle male…

Mongol… Ma dove cazzo sei finito? Come faccio a trovarti?

******

Per i due giorni successivi Irina esistette quasi come una pianta. Mangiava qualcosa, beveva quel disgustoso tè appena tiepido e schifosamente dolce, prendeva le medicine, ascoltava il medico e dormiva. Dormiva quasi tutto il tempo. Nei sogni era più facile. Lì lui era accanto a lei… E anche quando si svegliava di soprassalto per l’ennesimo incubo, rimpiangeva comunque di essersi svegliata. Perché lì, nel sogno, c’era lui…

Il primo dicembre arrivò sua madre. In macchina, grigia per la stanchezza e per le preoccupazioni. La mamma non aveva mai amato guidare: al volante c’era sempre stato papà, anche se lei aveva la patente. E adesso eccola lì… Papà era ancora in ospedale, lo avrebbero dimesso solo dopo una settimana. E adesso la mamma era venuta proprio a prendere Irina.

Prima di salutare definitivamente medici e infermiere, Irina chiese a Marina di lasciare a Mongol, se fosse venuto a cercarla, il suo numero di telefono e di chiedergli di chiamarla. La donna annuì e infilò distrattamente il foglietto in tasca. La macchina era già partita quando l’infermiera infilò una mano proprio in quella tasca per cercare qualcosa, e il foglietto scivolò a terra. Qualcuno ci mise un piede sopra… poi una donna delle pulizie lo raccolse e lo buttò nel cestino insieme agli altri rifiuti.




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