Rimasero ancora per un po’ semplicemente seduti su quell’altura. Poi si decisero finalmente a ripartire. Mongol le fece raccontare ancora una volta come sarebbe stato il percorso fino al punto di evacuazione, ci pensò un attimo, poi annuì. Si accigliò, tanto che si notò persino sotto le bende, e si alzò. Irina gli si avvicinò ormai automaticamente, mettendosi nella posizione giusta perché lui potesse appoggiarsi alla sua spalla. Poi guardò lo zaino che proprio in quel momento lui si stava mettendo sulle spalle.
— Forse… me lo dà?
— Cosa?
— Lo zaino. Lei adesso dovrebbe riuscire a camminare da solo, senza doversi portare dietro anche quello.
Lui rise raucamente.
— Ma tu riesci a sollevarlo?
Irina sbuffò.
— Guardi un po’ lei, piuttosto!
Ma non insistette. Quando aveva tirato fuori le medicine e l’acqua, aveva già sentito quanto pesava quello zaino. Sollevare lo zaino, quello sì, ci riusciva. E forse sarebbe anche riuscita a portarlo per un po’. Forse… E poi? Si sarebbe sdraiata sotto quello zaino? Magari poteva almeno prendere l’arma? Eccolo, se l’era rimessa addosso un’altra volta… Tanto, non avrebbe dato retta a nessuno.
E allora se lo porti, se proprio vuoi…
Adesso camminare era ancora più difficile. Non bastava che la strada salisse e poi scendesse di nuovo. Anche la strada era peggiorata. Ormai non c’erano più nemmeno tracce d’asfalto. Procedevano in linea retta, prendendo come punto di riferimento una collina piuttosto alta, davanti a loro, sulla sinistra. Mongol aveva detto che dovevano aggirarla e che subito dopo ci sarebbe stata quella stazione di servizio distrutta, da dove sarebbero venuti a prenderli.
Le facevano male le gambe. Anche la schiena. E la spalla sulla quale Mongol si appoggiava le doleva sempre più. Probabilmente aveva già un bel livido lasciato dalle sue dita. Ma a Irina non passava nemmeno per la testa di chiedergli di afferrarla dall’altra parte o di togliere del tutto la mano. Che camminasse come riusciva. E il livido… pazienza. Sarebbe passato.
Mongol inciampava sempre più spesso e si appoggiava sempre più pesantemente a lei. Alla fine Irina gli passò semplicemente sotto il braccio destro e cominciò a sostenerlo così.
Quando cadde la prima volta, non si spaventò nemmeno tanto. Be’, era caduto. Succede. Lo aiutò a rialzarsi e ripartirono. Quando crollò di nuovo, invece, si mise molto più in allarme. Che gli succedeva? Non lo reggevano più le gambe? E scottava da morire… Questa volta dovette tirarlo su un po’ alla volta: da solo non riusciva più ad alzarsi.
Irina lo trascinava ostinatamente avanti. Avevano già aggirato la collina, e a un centinaio di metri si vedeva ormai quella stazione di servizio… Era proprio vero: non ne era rimasto quasi nulla. Solo una parte della tettoia, ancora sostenuta da due colonne, e un mucchio di cemento frantumato lì accanto. Lei si sentì persino un po’ più sollevata — erano quasi arrivati!
E proprio allora lui cadde di nuovo. Solo che stavolta non fu come prima. Come se gli avessero strappato via tutte le ossa dal corpo: all’improvviso smise di reggersi a lei, le crollò addosso con tutto il suo peso e si afflosciò semplicemente sulla strada, come un sacco.
— Cosa?.. Mongol?!
Irina lo afferrò per un braccio, poi per la spalla, lo scosse. Niente. Lo scosse ancora, più forte. Nessuna reazione. Le mani cominciarono a tremarle. Ma che diavolo…?
Rimase immobile per un istante. Poi, presa da un panico ancora più forte, gli afferrò il polso, cercando di sentire il battito. Niente! Dio mio… Il collo… magari lì?.. Oh… sì… Una vena gli pulsava forte sul collo.
Vivo… Grazie a Dio… Vivo…
Irina quasi si sdraiò accanto a lui. Le girava la testa, aveva le orecchie come tappate e davanti agli occhi le giravano delle macchie scure. Non sapeva quanto tempo fosse rimasta così, finché non le passò. Ma quando si riprese, la prima cosa che fece fu riafferrargli la mano. Era calda… Ma così molle. Era ancora svenuto? E adesso cosa faceva? L’acqua… Bisogna dargli dell’acqua…
Con le mani tremanti tirò fuori la borraccia, ne versò un po’ sul palmo e gli bagnò le labbra, il mento, il collo… Qualcosa bisognava pur fare… Poi le venne improvvisamente in mente: il punto tra il naso e il labbro superiore. Come si premeva?.. Ma l’aveva visto in una serie… Ah, ecco. Con il bordo dell’unghia, premere… e tenere premuto per tre secondi.
Ancora niente?..
Provò a premere nello stesso punto anche su di sé.
Ahi, che male… Ma che razza di stupidaggine, non funziona!
Cosa fare? Eccola lì, quella stazione di servizio! Ormai mancava davvero poco… Ma lei non sarebbe mai riuscita a trascinarselo dietro, quel bestione… Doveva arrivarci da solo.
Irina ricominciò a scuotere Mongol. Piano, per non fargli male, ma con insistenza. Lui non reagiva. E più passava il tempo, più la disperazione la avvolgeva. Alla fine si sedette semplicemente accanto a lui e scoppiò a piangere. Non aveva più forze. Per niente. Si strinse le ginocchia con le braccia e vi appoggiò la fronte. Che cosa doveva fare?..
Quando attraverso le lacrime sentì un gemito sommesso, per un attimo non riuscì nemmeno a crederci. Ma alzò la testa. Lui si muoveva. Cercava di alzarsi. Dio mio! Lei scattò in piedi, gli afferrò le spalle e lo aiutò a sedersi. Poi lo abbracciò semplicemente e ricominciò a piangere.
Lui girò la testa verso di lei, incerto, poi la abbracciò a sua volta, goffamente. Poi la strinse ancora più forte a sé.
— Piano… Piano, piccola, calmati. Sono vivo, dai. Sono vivo, mi senti?
Irina rimase ancora per un po’ seduta, abbracciata a lui. Poi si scostò — lui la lasciò andare senza opporre resistenza — si asciugò le lacrime e si alzò. Poi si chinò verso di lui.
— Alzati. Dai, forza!
Lui puntò le mani a terra. Si alzava lentamente. Prima sulle ginocchia, poi su un ginocchio solo, e infine, con evidente sforzo, riuscì a raddrizzarsi. Lo zaino rimase a terra, così come il fucile. Adesso non erano la priorità. Dopo… Forse.
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Відредаговано: 25.09.2026