Arrivarono in cima ormai con le ultime forze. Non solo Mongol: anche Irina si lasciò cadere accanto agli ultimi alberi che circondavano la sommità. Sembrava che respirassero persino allo stesso modo, ansimando e rantolando come due asmatici. Lui cominciò anche a tossire. Irina si infilò da sola nello zaino, trovò il tubo dell’idratatore e glielo mise in bocca. Lui bevve qualche sorso e finalmente riuscì a riprendere fiato. Poi si sedette lentamente.
Tolse la radio dal giubbotto tattico. La accese e si mise in ascolto. Fruscii, crepitii, altri strani rumori… Perfino Irina capiva che non c’era collegamento.
Mongol cominciò ad alzarsi. Lei fece per sostenerlo, ma lui la fermò.
— Siediti qui. Sotto gli alberi.
— Ma perché?!
— È più sicuro. Faccio da solo.
— Da solo dove?! Non riesce nemmeno a stare in piedi! E… non vede nemmeno dove andare.
— Vedo la luce. — Si voltò, effettivamente verso la zona più illuminata. — Siediti.
Un passo, un altro, un altro ancora… Si muoveva lentissimamente. La radio continuava a crepitare. L’uomo si fermò, ascoltando attentamente. Poi tornò indietro e fece ancora qualche passo. Niente. Dall’altra parte.
Irina lo guardava preoccupata. Come faceva a reggersi? Era tutto grigio in faccia… Per quanto si riuscisse a vedere sotto le bende. Testardo…E che, lei da sola non ci sarebbe riuscita?.. Glielo spiegava, al massimo litigavano ancora un po’… e alla fine ci arrivava. No, invece, doveva andarci da solo…
Oh! Nel rumore della radio era cambiato qualcosa. Irina si immobilizzò, e anche Mongol. Poi lui cominciò a girare lentamente, lentissimamente su se stesso. Si spostò appena da una parte… poi dall’altra… Eccolo!
Finalmente dalla radio arrivò una voce. Una voce umana! Grazie a Dio!
— Mongol, mi ricevi?
Mongol premette il pulsante.
— Mongol in ascolto.
— Dove sei?
— Sull’altura. Ti passo le coordinate.
Si voltò verso Irina.
— Leggi.
Irina dettò le coordinate dallo schermo.
— Ricevuto. Ti vedo. Quanti siete?
— Due. Io e una civile.
— Feriti?
— Io sono grave. Lei è illesa.
— Ricevuto. Ascolta bene. Il punto di evacuazione è… — e partirono le cifre. — Ripeto…
Mongol le disse:
— Ira, scrivi.
Lei aveva già cominciato a smanettare sul telefono.
— Preso.
— Apri la mappa. Inserisci le coordinate.
Irina rimase in silenzio, armeggiando con «Ortica».
— Fatto.
— Guarda dov’è.
— Un attimo… Eccolo, il punto.
— Dov’è?
Irina guardò la mappa.
— Oltre il villaggio. A nord-est.
Mongol annuì.
— Bene.
Dalla radio di nuovo:
— Al punto ci arrivate da soli. L’evacuazione è domani. Adesso ci sono troppi droni.
— Ricevuto.
— Mongol, tieni aperto il collegamento. Se cambia la situazione, riferisci.
— Capito.
La radio tacque. Anche Irina rimase in silenzio, poi tirò piano Mongol per la manica.
— E adesso?
— Sss! — All’improvviso lui le afferrò la mano e la strinse. — Zitta!
Irina ammutolì spaventata. Ma che c’era stavolta?! Lei non sentiva niente. Era teso, girava la testa da una parte e dall’altra. Poi rimase immobile, in ascolto.
Adesso lo sentiva anche lei.
Un ronzio, acuto, con un sibilo… Da qualche parte lontano.
Ma… il rumore si avvicinava.
Un drone? Di nuovo?!!!!
Un attimo dopo Mongol scattò bruscamente da qualche parte verso sinistra, trascinandola con sé. Caddero, rotolarono… La terra girava davanti agli occhi di Irina, qualcosa la colpì dolorosamente al fianco, poi alla schiena… Alla fine finirono dentro un cespuglio e si fermarono. Il capogiro non passò subito, e solo allora capì che quella cosa pesante che la schiacciava a terra era Mongol. Fece per scrollarselo di dosso, ma lui la premette ancora più forte contro il terreno e le ringhiò nell’orecchio:
— Stai ferma!
Irina rimase immobile. Ma che gli prendeva?.. Poi capì. Se c’era davvero un drone, aveva fatto bene. In quel momento gli alberi e i cespugli li coprivano. Dall’alto, probabilmente, non si vedeva proprio nulla… Ma di sicuro non era il caso di muoversi.
Solo che… Ma perché era così dannatamente pesante?!
Il rumore si avvicinava. Adesso si sentiva chiaramente che era davvero il ronzio di un motore, con qualcos’altro che fischiava appena, su note altissime.
Vattene, maledetto! Via! Qui non c’è nessuno! Nessuno, hai capito, bastardo? Vattene!
Il ronzio cominciò pian piano ad allontanarsi e, man mano che si faceva più lontano, Irina sentiva sempre più chiaramente, al suo posto, il respiro pesante dell’uomo.
Ecco… si è sistemato lì come sul divano! Levati di dosso! Bestione…
Lui si mosse, e all’improvviso Irina si rese conto. Lei. Era. Sdraiata. Sotto un uomo…
Oddio…
Gli diede una spinta sulla spalla, poi un’altra.
— Mi lasci andare, adesso!
— Zitta… È ancora vicino… E non spingere!
Irina si immobilizzò di nuovo.
Ma insomma! Le respirava proprio sul collo… E il cuore le batteva all’impazzata. Di chi? Del suo o di quello di lui? Impossibile capirlo…
Finalmente lui si mosse, scivolando goffamente di lato. E all’improvviso si piegò, rannicchiandosi quasi su se stesso. Lasciò uscire un basso ringhio… Si portò le mani alla testa.
Tutti i pensieri idioti sparirono dalla testa di Irina in un istante.
Ma che cazzo va a pensare?! Gli fa male!!!
— Mongol! Mongol, che succede? Come sta?
Lui non rispondeva, emettendo soltanto un gemito appena percettibile — ormai non ringhiava più, gemeva a denti stretti. Lei posò le mani sopra le sue e provò a sollevargli la testa. Niente…
— Mongol… Ma come si fa?.. Resista… Adesso…
Si precipitò verso lo zaino, che lui aveva lasciato cadere insieme al fucile prima di andare sulla sommità. Trovò le medicine e tirò fuori due compresse di paracetamolo.
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Відредаговано: 25.09.2026