Insieme possiamo farcela

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Era quasi buio. Vide una costruzione più avanti. In realtà ce n’erano diverse: forse era una fattoria?.. Quasi tutte erano crollate, però questa era relativamente intera. Un pezzo di tetto c’era di sicuro. Forse poteva aspettare lì la notte? Beh, mica poteva dormire sotto un albero… Sì, doveva andare lì. Magari avrebbe trovato un po’ di riparo dalla pioggia.

Quando ormai era quasi arrivata alla costruzione, Irina si fermò di colpo. Le era venuto in mente un pensiero semplicissimo: una costruzione. Non era proprio intera, ma poteva essere usata come riparo. E se ci fosse stato qualcuno? O qualcosa? Chi gliel’aveva detto?.. Ah, Andrij, proprio quella mattina, le aveva detto che in edifici del genere spesso si nascondevano animali selvatici. O animali domestici diventati selvatici. E che gli esseri umani piacevano loro… eccome, come cibo. No, non poteva entrare così. Ma restare lì fuori? E allora? Cos’altro aveva detto Andrij? Fare rumore? No, lì non era proprio il caso di urlare. Lanciare qualcosa? Quello sì.

Irina si guardò intorno. Ah, ecco un bastone. E un altro. Raccolse entrambi i pezzi di legno e si avvicinò alla porta. Il crepuscolo si infittiva, dentro ormai si vedeva appena, ma c’era una specie di mucchio. Di che cosa? Boh, chi lo sa.  Sembrava che non ci fosse praticamente nessun altro posto dove nascondersi. Se non era lì, allora non c’era posto da nessuna parte. Lanciò un bastone contro il mucchio. Silenzio. Ne lanciò un altro. Niente? Va bene.

Entrò comunque con molta cautela. Non solo perché era pericoloso. Semplicemente, sotto i piedi non si vedeva quasi niente. E quel mucchio? Che diavolo era? A poco a poco gli occhi si abituarono al buio e Irina si avvicinò: un vecchio materasso, una coperta strappata, altra roba del genere. Dio, che schifo. E l’odore. Puzzava da morire… Un fruscio. Da lì?.. C’era qualcosa?

Si mise in allerta. Il fruscio si ripeté. Più forte, stavolta. Ma che cos’era? Sembrava che non ci fosse nessuno. Irina fece istintivamente un passo indietro.

E dal mucchio si sollevò qualcosa di scuro. Era?.. Che cos’era?.. Era… qualcuno?! Una persona? Qui? Ma da dove era venuta?  E se fosse stato anche questo…? Dio, era un uomo o una donna? Probabilmente un uomo. Quanto è grosso. 

La figura scura tossì pesantemente e disse:

— Tu chi sei?

Fu a quel punto che Irina cedette. Si ritrasse di scatto, inciampò in qualcosa, cadde e urlò con una voce che non sembrava nemmeno la sua. Da bambina, mi pare, non aveva mai urlato così. E adesso, guarda un po’… Dio, che cosa diavolo era quello? L’urlo durò poco. Le mancò il fiato. Ma Irina, ancora seduta, continuò ad arretrare. 

Aveva paura. Chi diavolo era quello?

La figura scura parlò di nuovo:

— Non urlare. Se ti sentono, siamo morti tutti e due. Adesso stai zitta.

— Tu… Tu chi sei?

La voce di Irina tremava e si spezzava. Sia per la paura, sia per l’urlo di poco prima. Un uomo?.. Probabilmente è un uomo, dopotutto. Lui rispose piano: 

— Dei nostri.

— Dei nostri? Che vuol dire? 

— Ucraino. Non hai bisogno di sapere altro.

Irina finalmente si sentì un po’ più tranquilla. Davvero era uno dei nostri? Ma chi lo sa. Con le mani tremanti tirò fuori dalla tasca il telefono. Lo accese. Aveva ancora un po’ di batteria. Accese la torcia e la puntò verso l’uomo. Quello non si voltò per ripararsi dalla luce. Strano… Avrebbe dovuto accecarlo. Ma subito capì perché. Tutta la parte superiore della testa e gli occhi, anche gli occhi, erano avvolti in una benda sporca, già in parte insanguinata. Però sì… sembrava davvero uno dei nostri. La mimetica ucraina a pixel. C’erano gli spazi per le patch, proprio dove avrebbero dovuto essere. Ma le patch non c’erano. 

Accidenti, quanto è grosso...

Irina spense la torcia.

— E tu… cioè, voi? Chi siete, in realtà?

— Te l’ho detto. Uno dei nostri.

— Sì, questo l’ho capito. Ma siete un militare? Delle Forze Armate ucraine?

— Delle Forze Armate.

— E come vi chiamate?

— Chiamami Mongol.

— Mongol?

— È il mio nome di battaglia.

— E il nome vero?

— Non ti serve. Tu chi sei?

— Io?.. Io sono una traduttrice. Ero con dei giornalisti stranieri. In macchina… Stavamo andando… in un paese qui vicino. Dovevamo scoprire una cosa. Volevano vedere di persona, parlare con i nostri militari. Venivamo da Kramatorsk. E lungo la strada…

Irina ricominciò a tremare.

— Lungo la strada… Un drone. Prima uno, lontano… Poi un secondo… Da dove è saltato fuori, poi?... Non c’era — e un attimo dopo eccolo lì… Io ero scesa dalla macchina per un momento, loro erano rimasti dentro. Il drone… quello, il secondo… gli è andato addosso. Sono bruciati tutti. E io… io sono viva.

Finalmente Irina si sedette come si deve, si tirò le gambe sotto di sé e le strinse con le braccia. Tremava di nuovo. Si era appena calmata — ed eccola lì, di nuovo.

L’uomo rimase in silenzio, senza farle domande. Poi disse:

— Una traduttrice… Come ti chiami?

Irina alzò la testa e lo guardò. Quindi lui non diceva il suo nome, ma pretendeva che lei gli dicesse il proprio? Si sarebbe attaccato.

— Chiamatemi Snihurka.

— Perché?

— È un soprannome. Da quando ero bambina.

— Un soprannome… Va bene. Snihurka, allora. Che cosa pensi di fare adesso?

— Non lo so. Davvero, non lo so. Devo andarmene da qui, ma non capisco nemmeno dove andare. Ho seguito la strada per la quale siamo arrivati qui, solo che non ricordo dove abbiamo svoltato. E adesso non riesco proprio a capire dove mi trovo. Mi sono persa. Da che parte è Kramatorsk?

— Non importa da che parte. Da sola non ci arriverai.

— E perché? — scattò Irina.

— Perché non ci arriverai. Non sono dieci o venti chilometri. La zona è pericolosa.

— E voi?

— Neanch’io ci arriverò da solo.




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