La giornata era cupa. La fine di novembre incombeva sulla testa con pesanti nuvole grigie, lasciava cadere una pioggerellina sottile e, con l’umidità e l’amaro odore delle foglie marce, lasciava intendere che l’inverno era ormai alle porte.
Un vecchio Range Rover sobbalzava sulle buche di quella strada devastata. Sembrava quasi che sotto le ruote non ci fosse asfalto, ma un’unica distesa di pietre. Anche se… dopo il passaggio dei carri armati e dei mezzi blindati, dell’asfalto erano rimasti soltanto i ricordi.
A Irina faceva male la testa già da quella mattina. Il caffè l’aveva bevuto, certo, ma di aiutarla non se ne parlava proprio. Il mal di testa continuava a peggiorare. E poco a poco era arrivata anche la nausea. Le girava lo stomaco. In genere sopportava bene i viaggi, ma quel giorno, evidentemente, non era proprio il suo giorno.
In macchina c’era un gran rumore. Andrij, il conducente, stava raccontando qualcosa al giornalista seduto accanto a lui; gli altri due, sul sedile posteriore insieme a Irina, cercavano di leggere un testo sul tablet e discutevano tra loro. E a tutto questo si aggiungeva la radio.
Partì una nuova canzone. Uno dei due seduti accanto a Irina alzò la testa.
— Oh, I love this one! Turn it up!
Oh, certo. Ci mancava solo questa.
La musica aveva dei bassi pesanti e la testa di Irina sembrava pulsare insieme al ritmo. Un nodo amaro le salì alla gola.
Cazzo… No. Basta. Non ce la faccio più… Perché sto così male?
Afferrò il conducente per la spalla.
— Andrij… Andrij, fammi un favore, fermati.
— Che c’è, Ira? Ti rendi conto che questa strada è pericolosa?
— Sì, ma tra un attimo vomito qui dentro. Fermati, ti ho detto.
— Resisti ancora un po’. Oh, là davanti c’è un boschetto, lo vedi? Ci siamo quasi. Ira, resisti, te lo dico io, qui non possiamo fermarci.
— Va bene. Va bene. Allora fai più in fretta.
Quando la macchina si fermò, Irina quasi cadde fuori. Le tremavano le gambe, le mani non volevano saperne di obbedire, ma non poteva farlo lì. In qualche modo riuscì ad arrivare di corsa fino ai cespugli. Lì vomitò.
Bleahhh… Almeno un po’ è passato.
Aveva la bocca impastata e un sapore disgustoso.
Che idiota. Avessi almeno portato una bottiglia d’acqua… E adesso…
Ai limiti dell’udibile arrivò un suono strano.
Per un attimo Irina pensò di esserselo immaginato. Ma no… Il suono cresceva, diventava sempre più riconoscibile. Un drone.
Lontano… non è qui…
Rimase immobile, in ascolto. No. Non veniva verso di lei. Si stava allontanando… Poi, improvvisamente, al ronzio lontano se ne aggiunse un altro, molto più vicino. E il suono era diverso.
Un altro?!
Si voltò e, non sapeva nemmeno da dove avesse trovato la forza, si precipitò verso la macchina.
— Ragazzi! Un drone! Un drone! Scappate!
Era troppo tardi. Troppo tardi per tutto. Non l’avevano sentita. E il drone era ormai troppo vicino.
Quella maledetta ferraglia ronzante arrivò a tutta velocità. Poi, senza rallentare, si schiantò contro la macchina.
Un lampo.
*******
La prima cosa che Irina sentì fu un fastidioso tintinnio sottile. Sembrava che il suono le risuonasse direttamente nella testa. L’oscurità si stava lentamente diradando, ma lo sguardo non riusciva a mettere a fuoco: tutto ondeggiava davanti ai suoi occhi.
Che è successo? Ma che diavolo è successo?
Si aggrappò al tronco e, con uno sforzo, riuscì a rimettersi in piedi.
La macchina. Dov’è la macchina?
Fu allora che vide le fiamme. Fiamme scure, soffocate dal fumo, che si alzavano sopra il vecchio fuoristrada. Sagome immobili all’interno.
Le persone vive non stavano sedute in quel modo.
Vive… non potevano…
Allora sono… tutti? Sono tutti?
Sentì di nuovo l’amaro salirle in gola. Se avesse avuto qualcosa nello stomaco, avrebbe vomitato di nuovo. Il vento cambiò direzione e le scagliò in faccia una manciata di foglie bagnate e fumo.
Fumo dall’odore terribilmente dolce. Odore di carne umana bruciata.
Irina cadde in ginocchio. Si rannicchiò, si coprì con le braccia. Non sentire. Non ascoltare. Non provare niente. Non vedere. No, no, non questo.
Come è potuto succedere?
In seguito non avrebbe mai saputo ricordare quanto tempo fosse rimasta seduta sotto quell’albero. Il tempo era scomparso. Non era svenuta, no. Aveva soltanto la testa vuota.
Come poteva essere successo?
Un attimo prima stavano viaggiando. Erano tutti vivi, tutti sani. Quella stupida musica… Le battute non meno stupide di Andrij, che faceva da autista e da interprete dall’inglese. Quei giornalisti che la tormentavano quasi ogni minuto: “Cos’è questo? Cos’è quello? E perché qui è così?”
Perché è così, cazzo, idioti. Perché qui c’è la guerra. La guerra, capite? Questo non è il vostro mondo di prati curati e giardinetti. Questo è il Donbass!
Erano tutti vivi.
E adesso non lo erano più. Era rimasta sola. Nessuno intorno. Chissà quanti chilometri c’erano fino a Kramatorsk. E come? Come ci sarebbe arrivata?
Dio, sua madre glielo aveva detto:
Non andare, Irinka, non andare. Che bisogno hai di questi viaggi? Rimani a casa.
Avrebbe dovuto ascoltare sua madre.
Finalmente alzò la testa. Si costrinse a raddrizzarsi, a mettersi in piedi. Le gambe erano di piombo. Riuscì a stare in piedi soltanto perché si aggrappava all’albero.
Devo andare. Devi andare, Ira, capito? Devi andare. Nessuno verrà ad aiutarti. Da sola.
I primi passi furono difficili. Vedeva male, chissà perché. Non come al solito, quando doveva mettere a fuoco qualcosa di piccolo e si infilava gli occhiali. No. Tutto ondeggiava. Soprattutto a sinistra. Come se… come se qualcuno si fosse dimenticato di mettere a fuoco la macchina fotografica. Era tutto così sfocato, così instabile… E le dava molto fastidio.
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Відредаговано: 25.09.2026